La Sicilia nella letteratura: Il Gattopardo

Uno dei romanzi che forse più di ogni altro descrive al meglio la Sicilia e i siciliani è indubbiamente Il Gattopardo, scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e pubblicato nel 1958. Un romanzo storico che racconta un delicato e difficile momento di passaggio, quando la Sicilia, da terra dominata dai Borbone, diventa parte integrante del neonato Regno d’Italia.

Il Gattopardo è stato anche uno dei più grandi successi letterari di sempre, il primo best sellers della letteratura italiana con 100 mila copie vendute, e vincitore del Premio Strega l’anno successivo. Un successo di tali proporzioni da spingere Luchino Visconti a realizzare nel 1963 l’omonimo film, anche questo grande capolavoro.

Eppure il suo autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, è morto senza godere nemmeno un briciolo di questo grandioso successo. Anzi, al contrario, è morto pensando che il suo romanzo non sarebbe mai stato pubblicato.

La storia della pubblicazione 


La storia della pubblicazione del Gattopardo è una di quelle vicende che già da sola meriterebbe un romanzo e una trasposizione cinematografica. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, discendente di una nobile famiglia palermitana, fu grande appassionato di letteratura nonché critico letterario per il mensile Le Opere e i Giorni. Nel 1954 decise di scrivere un romanzo basato sulle vicende della sua famiglia, e più in particolare sulla figura del suo bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi, che visse proprio nel periodo del Risorgimento.

Nel 1957 inviò una prima bozza alla Mondadori e all’Einaudi, sperando in un riscontro positivo. Ma l’allora consulente letterario, il noto scrittore Elio Vittorini, bocciò il manoscritto per entrambe le case editrici, rimandandolo indietro al suo autore. Fu un duro colpo per Tomasi di Lampedusa che, ammalatosi di tumore ai polmoni, morì lo stesso anno. Il suo romanzo sembrava quindi destinano a non essere mai pubblicato.

Non si arrese però la moglie, Alexandra Wolff Stomersee, che decise di fare arrivare una copia incompleta del manoscritto a Elena Croce, figlia di Benedetto. Elena a sua volta lo segnalò a Giorgio Bassani, allora direttore della collana narrativa delle Feltrinelli, che si rese subito conto dell’enorme potenziale del romanzo. Nel 1958, dopo avere recuperato la versione completa del romanzo, Il Gattopardo venne finalmente pubblicato. Il successo, come vi ho scritto all’inizio di questo articolo, non tardò ad arrivare.

La storia del Gattopardo


Protagonista della vicenda è il principe Fabrizio Salina, un uomo dal carattere forte, autoritario, orgoglioso e fiero, che tiene saldamente le redini della sua famiglia. Il principe è un uomo lungimirante, sa bene che la sua classe sociale, la nobiltà, gode oramai di un prestigio che è solo sulla carta. Il potere vero e proprio è nelle mani della sempre più emergente classe della borghesia, capace di crearsi la propria fortuna da sola, e soprattutto capace di gestirla al meglio.

L’unico a tenere testa al principe è il nipote Trancredi, un ragazzo ambizioso, sveglio e di grande spirito, consapevole di avere un titolo nobiliare che di fatto non conta più nulla, visto e considerato che il padre ha dilapidato tutti i suoi averi. Il principe Fabrizio e Tancredi saranno legati da un rapporto basato sulla reciproca stima oltre che su un profondo e sincero affetto. E sono proprio loro due a pronunciare le frasi più iconiche del romanzo, quelle che ricordiamo e che ripetiamo ad ogni occasione. 

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.“ Questa frase la pronuncia Tancredi poco prima di arruolarsi con i rivoluzionari e convincere lo zio che è la cosa migliore da fare. Dopotutto possono cambiare le facce di chi sta al potere e il colore delle bandiere, ma il succo del discorso non cambia. E questo Tancredi lo aveva intuito perfettamente.

I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria.“ Altra frase celebre, questa volta pronunciata dal principe Fabrizio, durante un lungo discorso (quasi un monologo) ad un funzionario del nuovo Regno d’Italia che cerca invano di convincerlo ad entrare in parlamento. E’ una frase che descrive in modo forte e deciso un aspetto del carattere di noi siciliani che per certi versi è vero (e lo riscontro in tante persone oggi, anche giovani) ma con il quale non sono pienamente d’accordo. Ma questa è una mia opinione e ci saranno altre occasioni per parlarvene.

Attorno al principe Salina e al nipote Tancredi ruotano tanti altri personaggi: Don Calogero Sedara, sindaco di Donnafugata, rappresentante della classe borghese che soprattutto dopo l’unità d’Italia diventa la classe dominante; la figlia Angelica, una ragazza bellissima, che dopo anni di studio in collegio perderà i modi rozzi che aveva da ragazzina e farà perdere la testa a Tancredi; Concetta, figlia del principe Salina, innamorata di Tancredi (e forse sarebbe pure ricambiata), orgogliosa fino all’autolesionismo, vittima di un sistema che mette al primo posto il successo e il denaro a discapito della felicità.

Tutto attorno c’è la Sicilia, con le sue calde e afose estati, le immense e polverose campagne, gli antichi palazzi nobiliari ricchissimi di stanze spesso misteriose, e tutte le sue infinite contraddizioni che la rendono una terra dal fascino misterioso e ammaliante.

Informazioni su Giusy Vaccaro 433 Articoli
Autrice del blog Io Amo La Sicilia. Nata e cresciuta a Palermo, amo la mia terra, nonostante le sue infinite contraddizioni.

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